Le zecche private

04 gennaio 2015
Print Friendly, PDF & Email

di Canio Trione

Da che mondo è mondo l’economia funziona producendo di più il bene più scarso. Il sistema dei prezzi si incarica di far saper ai produttori quali sono i beni più richiesti e i produttori adeguano le produzioni proprio per lucrare i prezzi più alti spuntati dai beni più rari e desiderati.
Da quando la nostra economia è stata occupata dai Panzer della Merkel il bene più scarso sono i danari. Gli stranieri che lavorano in Italia li impacchettano e li mandano a casa; gli italiani li usano per pagare prodotti provenienti da Cina e Germania; lo Stato li vuole per pagare i debiti fatti dai politici negli ultimi decenni; nessuno li stampa più… e così i danari sono divenuti merce rara.
I napoletani veraci, dopo aver rivisto un famosissimo film di Totò e Peppino, hanno pensato di produrli in casa. Con la collaborazione di bravissimi artigiani locali ormai disoccupati, e con cospicui investimenti in tecnologia sofisticatissima, hanno realizzato in maniera perfetta delle banconote in tutto uguali a quelle prodotte dai misteriosi sacerdoti della moneta. La tecnica è la stessa, la carta pure, il risultato è ineccepibile. Per scansare la solita invidia di qualche solerte percettore di tasse al soldo dei tedeschi, hanno pensato di delocalizzare tale attività (peraltro lo fanno tutti i grandi di Confindustria per pagare meno le tasse e i dipendenti…) e sono andati ad effettuare tali produzioni altrove.
Quante banconote in giro per il mondo sono di produzione napoletana? E quante no? Non si sa e forse non si saprà mai, certo è che si è tornati ai tempi non tanto lontani in cui non era lo Stato a stampare soldi ma le banche di emissione private -che erano tante- e finanche i bottegai stampavano moneta quando firmavano una cambiale o giravano un assegno. La riscossa della gente comune contro la finanza internazionale comincia da Napoli in una maniera imprevedibile e genialmente semplicissima.
Ma come se ne sono accorti dell’esistenza della zecca privata parallela? Semplicemente perché, preso dalla foga imprenditoriale, un tipografo ha pensato di fare un prototipo (forse prevedendo che le Banche centrali presto potrebbero essere totalmente soppiantate dall’iniziativa privata) da trecento euro e di usarlo per vedere che effetto facesse. Quindi, per sottoporre la nuova moneta ad una valutazione molto severa, ha scelto di offrirla ad un tedesco che l’ha accettata subito. Tedesco che ha fatto benissimo perché quella moneta ha valore numismatico infinito.. ha però sbagliato quando ha cercato -con teutonica correttezza- di darla ad altri…
Mentre la gente comune è incontenibilmente divertita da questa storia vera, i media, sempre proni al Potere, hanno immediatamente demonizzato tale attività coniativa privata e si è scatenata la caccia al falsario.

Questi i fatti, rappresentati con meridionale ilarità; fuori dal sarcasmo dobbiamo dire che la Storia ci ricorda che già nell’ottocento è accaduto un fatto simile: la Banca Romana, che poteva coniare non più di 60 milioni di lire, ne stampò (più delle altre sue consorelle settentrionali) 112; i responsabili, pur accertati, non solo non furono condannati, ma la Banca anzichè andare in bancarotta fu fusa con tutte le altre del nord Italia e promossa a Banca d’Italia… che divenne l’unica deputata a stampare moneta.
Forse perché in fatto di creare soldi aveva dimostrato di saperci fare!!!!

Alla luce della storia delle banche di emissione settentrionali conviene tenersi amici i napoletani che fabbricano danari, non si sa mai!