La Storia futura

06 maggio 2015
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Tra qualche decennio si ricorderà questo periodo come una fase di occupazione dell’Italia da parte di modelli di vita ed economia forgiati altrove ed inadatti alle nostre culture e mentalità. Questa occupazione ci impone, ad ogni livello, anche modelli di lavoro e ambizioni che non sono spontaneo effetto delle nostre idee. Così tutto diviene precario, dal lavoro ai rapporti tra uomo e donna, dalle tasse cangianti alla stessa proprietà la cui fruizione è completamente in balia della burocrazia, la previdenza come il welfare, la certezza del diritto come l’informazione, i rapporti con le banche come quello con le assicurazioni, la nostra lingua confusa con idiomi lontanissimi, la etnia, l’indole, … si sono minate le basi della civiltà latina di cui siamo portatori fondata sulla proprietà (da accumulare con il lavoro e la competenza) e sulla stratificazione sociale, per aprire una fase di incertezza, appunto precarietà, che per le sinistre sarebbe più “giusta” ma che di fatto distrugge senza costruire un modello alternativo; e tanto meno un modello condiviso.

Minare le fondamenta della società occidentale e rendere preferibile la condizione di dipendente rispetto a quella di imprenditore significa ipotecare il futuro umano, economico e sociale di tutti, nessuno escluso; ipoteca che già si vede chiaramente nella disoccupazione giovanile che non sarà riassorbita se non con tassi di crescita a due cifre concretamente irraggiungibile. Siamo cioè allo sfascio definitivo della nostra civiltà. Quella disoccupazione “irreversibile” è il sintomo della “inutilità” di intere generazioni che non riescono a trovare un senso alle proprie giornate. Con quella inutilità viene travolta la fiducia come valore originario della vita e della crescita; la fiducia è la cifra di fondo della giovinezza: senza di essa si nasce vecchi e privi di prospettive e di autostima. Minare così anche le motivazioni e le certezze psicologiche ad intere collettività è un rischio altissimo anche per il futuro immediato.

La competizione non più come feconda tensione ma come roulette russa; non più come modello inteso a tirare fuori il meglio di ognuno ma come sistema di sopraffazione e di uccisione dell’avversario è uno degli strumenti principali utilizzati per occupare la nostra civiltà.

Il rigore come strumento principale di regolazione della economia in nome di un futuro remoto in cui le classi dirigenti potranno godere di una ulteriore prevalenza sulle altre categorie dirigenti degli altri paesi è un valore che non appartiene alle civiltà mediterranee ma alle tribù nordiche. La sua imposizione fa parte della occupazione della nostra gente da parte delle culture straniere. A quella occupazione si deve rispondere con un modello fondato sull’uomo e sulla sua capacità di stare assieme attorno a idee condivise e alla comune fiducia in se stessi e nel futuro; futuro che non potrà esserci senza collaborazione fatta anche di competizione e confronto che non ceda mai alla sopraffazione e all’uccisione dell’altro.

Quindi perché fra qualche decennio si parli di questa come una parentesi terribile ma passeggera è necessario che finisca questa fase di occupazione. Se un futuro deve esserci non si potrà crearlo senza la fine della occupazione dell’Italia da parte delle orde di barbari in giacca e cravatta che ci impongono modelli tribali rinverditi con sofisticati sistemi di disinformazione di massa e di cultura tecnocratica. Non si tratta certo di guerra ma di riscoprire la maggiore validità della nostra cultura e del nostro modello di vita per noi e i nostri figli. Ne va del futuro del mondo.

Canio Trione